giovedì 9 gennaio 2014

Il grande paradosso

Di Howard Poe


Molti soggetti, che si rendono autori di gesti di violenza gratuita e impietosa, hanno subito violenza, a loro volta. Tuttavia, non è un assioma matematico, questo che stiamo dibattendo. La violenza non genera per forza altra violenza. E la psiche non si basa sull'assodato due più due, uguale quattro. La mente umana ha sempre un margine tale, da sovvertire le previsioni; da creare una casistica nella casistica. In un certo senso, noi tutti, siamo dei "casi unici".
Nondimeno, molte persone che si macchiano del reato più infamante, quello di violenza sessuale, hanno subito delle violenze nette, durante la loro infanzia. Violenze che hanno legittimato, indotto, stimolato un'eguale bisogno di violenza.

L'infanzia, è come un collante, che determina l'ossatura dell'età adulta. Un'infanzia al limite, rende tutto più combattuto, più difficile: il tutto al quale mi riferisco, è l'equilibrio al quale tende la persona che vive un'esistenza piena e consapevole. E oserei dire autentica. Che non ha difficoltà a guardarsi dentro. Peraltro i crimini sessuali, sono i più difficili da arrestare. I delitti contro la proprietà, ad esempio, hanno un tasso di recidività molto basso. I delitti di ordine sessuale, si ripetono ad infinitum. L'individuo che li mette in pratica, ha una propensione, nel reiterare la violenza, difficile se non impossibile da arginare.
In questo senso vorrei parlare di un caso particolare. Anche se il termine caso, urta la mia propensione umanistica, che va di pari passo a quella psichiatrica. Non farò nomi. Mi terrò sul vago. E parlerò di un accadimento particolare.
Una persona era stata condannata all'ergastolo in virtù dei crimini commessi. In ultimo, l'omicidio di una giovane donna, preceduto da un atto di violenza sessuale. Quest'uomo, durante la sua pena, è stato sottoposto alla pet therapy. Nel concreto, gli è stato concesso di tenere un coniglio nano nella sua cella. Il carcerato era sorvegliato con attenzione netta. Alla prima avvisaglia di violenza, il coniglio sarebbe stato liberato, ed il carcerato messo in punizione. Tuttavia, questo soggetto amorale...come figurava la sua persona in molto prospetti psicologici -soggetto amorale- questa persona, comunque,colpevole di un reato infamante, ha investito il piccolo animale di tutta la sua affettività. Gli ha messo un nome, rendendo concreto il loro rapporto. Lo ha curato, lo ha amato di un amore disarmante. Al tempo, la sua aggressività è andata in calando, e la persona in questione si è dimostrata più ragionevole.
La ragionevolezza è aumentata. E' diventata consapevolezza. Il soggetto ha cominciato a capire l'entità del suo crimine. Ha dato segni di pentimento. Ha considerato la vittima come una persona, e non come un pezzo di carne da macello. Di fatto è rimasto in carcere. Poteva essere pericoloso per gli altri, e i giudici si sono dimostrati molto convinti, circa l'entità della sua pena. La giovane vittima aveva ventidue anni. A lei non si poteva concedere una seconda possibilità. I giudici, muovendo da questa posizione, non hanno concesso nessuna possibilità al suo aguzzino.
Il nostro colpevole, è tuttavia cambiato. Dopo il coniglio, ha avuto due gattini. Tutti morti di morte naturale. L'ultimo micio, infine, è sopravvissuto al suo proprietario. Questi, si è ucciso, tagliandosi le vene. Non si sa come e dove, abbia trovato le lamette. Non ha lasciato niente di scritto, se non una traccia persistente di sangue. Nella sua morte, nella sua vita.
Spero che questo breve spaccato, renda curiose molte persone circa il vissuto nella carceri...nostrane, e straniere. Sulla violenza. Sul potere dell'amore. Sull'ammissione di colpa. E sulla bellezza della vita, a maggior ragione quando è minacciata dalla morte.